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Contratto, patto, spirito


La civiltà occidentale fin dalle sue origini culturali, ha inteso l’amore come il primo e vero bene umano. Lo ha trattato come fortuna d’inestimabile valore, declinandolo in tre significati di eros, philia, agape. Come intendere le tre antiche parole in uno scenario sociale e culturale radicalmente cambiato?
Queste tre parole hanno qualche indicazione da offrirci per uscire dalla crisi economica, ripartire con un cambio di paradigma verso un futuro possibile?
Eros indica la passione, il desiderio e l’energia creativa dell’amore. Philia descrive invece l’amore di amicizia, simbolo anche del legame di fratellanza fra gli esseri umani. Agape si riferisce invece all’amore disinteressato per il prossimo. Si possono far corrispondere ai tre significati altrettante espressioni greche che alludono alla dimensione relazionale (sociale) degli affetti. Pathos indica il sentire, gli appetiti in cui si radicano i bisogni umani, l’emozionalità che fornisce l’energia psichica e il gusto della vita. Logos è la ragione che diventa parola, la quale trasforma l’emozione in sentimento, il bisogno in desiderio. La sola emozionalità dà intensità agli affetti, ma in realtà, spesso, li travolge e li dissolve. Il sentimento è piuttosto il “sentire” che l’amore giudica, trasforma, suscita. Nell’Ethos l’amore diventa assunzione di responsabilità, costume di giustizia e di solidarietà, cura della relazione sociale. Si è diffusa, nella cultura e nei costumi di oggi una situazione in cui pathos (attrazione), logos (la parola del sentimento) ed ethos (responsabilità) si sono gradualmente separati. L’uomo emozionale cerca di stabilire un rapporto sensitivo con il mondo, attraverso il “sentire” e il “sentirsi”. L’eros è una dimensione necessaria in ogni forma di amore e di desiderio. Questa forma d’amore indica simultaneamente l’esperienza della pienezza e dell’incompiutezza. Secondo Platone, infatti, Eros è figlio di Pòros (Abbondanza, risorsa) e Penìa (Povertà). L’eros nasce da una povertà che vuole colmarsi attraverso l’altro. Si presta quindi bene a rappresentare il contratto, elemento base dell’economia. Stabiliamo contratti (“ti do per avere”) perché abbiamo bisogno. Siamo poveri (Penìa) ma sogniamo abbondanza (Pòros).
L’economia non dà solo da vivere. Se si propone il benessere umano, deve dare anche senso al vivere. Dall’im-munis (senza doni) deve transitare al cum-munis (condivisione), dall’edonismo far passare all’eudaimonismo (in greco significa “vita buona”). Benessere e felicità dipendono anche dal valore delle relazioni. Per Aristotele la philia precede la giustizia. Finché si è amici, non c’è bisogno di giustizia; quando ci si limita a essere giusti, non si vive ancora l’amicizia. Il bene morale ha una necessaria dimensione comunitaria e sociale. Il contratto non è sufficiente a far vivere l’economia. Mancherebbe la condizione essenziale della fiducia. Il contratto si regge su un patto di reciprocità, prima della legge, come la philia è prima della giustizia. La carenza di fiducia denuncia il consumarsi della reciprocità, il deserto della gratuità.
L’agape ha caratteri originali: è opera della libertà ma non sceglie secondo criteri di preferenza (come l’eros); è amore ma non cerca reciprocità (coma la philia). Richiede lavoro perché non nasce dalla spontaneità, ma proviene dalla scelta di valore. È essenziale all’agape la durata perché non misura gli istanti, pur essendo orientato sempre al presente. Resiste al modello dell’individuo calcolatore, eppure è tutto proteso sul concreto qui e adesso. L’agape non conosce misura e limite: ama anche l’eros e l’amicizia. Non li contrasta, anche se provoca in essi una trasformazione profonda dell’affetto, imprime un cambiamento di forma che dalla spontaneità conduce alla consistenza, dalla liquidità alla solidità. Agape non è semplice filantropia. Il suo codice è la mancanza di calcolo, anche della reciprocità. Ama per primo e senza ritorno. Ingloba la reciprocità nella prossimità. L’agape è l’impegno responsabile che si prende cura della relazione. Chiama l’innamoramento a trasformarsi in amore, l’amicizia a diventare progetto, l’utilità e il profitto a crescere in sussidiarietà e solidarietà. L’agape è indisgiungibile dall’etica, opera di libertà e di ragione. Per questo scombussola e perturba. Non si ferma alle persone, ma rinnova l’organizzazione della vita collettiva. L’agape è quindi impossibile senza la disponibilità al cambiamento.






L’economia civile è impegnata a riportare agape nella sfera pubblica. Lo vuole al centro della polis, per mostrare nella prassi che esiste un’economia che ho chiamato “graziosa”, civilmente rilevante almeno come quella del contratto. Rigenera anche il patto, introducendovi una razionalità diversa (l’azione dei carismi come i passati di Pietà o l’attuale (commercio equo e solidale), uno spirito che riscatta l’assolutismo del contratto (divinizzazione dell’eros) e il comunitarismo della philia, che all’individualismo sostituisce il corporativismo di gruppo. Spirito vuol dire eccedenza, gratuità, libertà. Significa riempire di senso il nulla mortifero del niente. Quello che oggi manca è uno spirito che possa animare un progetto di rinascita, che riscatti un mercato aggressivo e concorrenziale che sta diventando anche lo stile delle relazioni sociali. Le reti di economia civile e le scuole popolari di economia e finanza possono disegnare un stagione spirituale nella quale uscire migliori, non solo per ripartire ma anche per cambiare paradigma e tenere insieme prosperità e democrazia.


Questa scheda  è stata redatta da: Domenico Cravero   in data  25/11/2018


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